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Le chiusure italiane vs il pragmatismo svedese


30/10/2020 - Ulteriori e assai impattanti misure restrittive sono state introdotte dal presidente del Consiglio con il Dpcm pubblicato: chiusura di innumerevoli attività, forti limitazioni al movimento e ai servizi in diversi ambiti. In Italia si è scelta questa strada, mentre in Svezia, come si sa, tutt’altra. Vediamo cosa dicono opinionisti e studi sulla diversa gestione dell’allarme Covid.


Ulteriori e assai impattanti misure restrittive sono state introdotte dal presidente del Consiglio con il Dpcm pubblicato ieri: chiusura di innumerevoli attività, forti limitazioni al movimento e a servizi in diversi ambiti. In Italia si è scelta questa strada, lastricata di inefficienze che ora emergono con chiarezza, come la mancata riorganizzazione e il mancato potenziamento della rete di assistenza sanitaria territoriale di base, del personale sanitario e del trasporto pubblico.

In un altro paese, che ha avuto onori e disonori della cronaca, si è fatta una scelta completamente diversa. Stiamo parlando della Svezia.

Come scrive l’Economist, nel paese scandinavo si è usato un “tocco leggero” senza chiusure o restrizioni forti; sono stati vietati gli assembramenti e sono stati forniti alla popolazione suggerimenti su come comportarsi a livello igienico-sanitario e sociale. I morti iniziali, di cui la stragrande maggioranza tra i molto anziani, sono stati proporzionalmente di più rispetto a Finlandia e Norvegia, che invece hanno attuato i lockdown.

Ma in Svezia, a differenza che in molti altri paesi europei, non si assiste a una seconda ondata significativa e questo, secondo l’Economist, è dovuto a un’ampia capacità di effettuare i test e a un efficace contact tracing, accompagnati da messaggi chiari alla popolazione che hanno lasciato autonomia alle persone in modo da gestire in maniera sostenibile l’emergenza.

La lezione che si può trarre dalla politica svedese, sottolinea l’Economist è quella che ci mostra come il governo del paese scandinavo abbia soppesato i pro e i contro e abbia anche cercato compromessi in ogni restrizione. Per esempio, quando una persona risulta positiva, i familiari vengono messi in quarantena ad eccezione dei bambini in età scolare, poiché il governo ha considerato che i benefici di garantire loro la continuità educativa prevalgono rispetto ai rischi del mancato isolamento.

Inoltre, la quarantena dura dai 5 ai 7 giorni e non 14 come ad esempio in Italia, poiché il rischio di diffondere il virus nella seconda settimana è assai basso mentre è elevato l’impatto che un isolamento prolungato può avere sulla salute mentale delle persone.

E ancora, le scelte svedesi, spiega sempre l’Economist, si fondano sull’idea che il Covid 19 resterà a lungo tra la gente, quindi occorre trovare il modo di conviverci senza richieste spropositate ed eccessive nei confronti della popolazione.

Riguardo alle mascherine, la scelta di non farle indossare obbligatoriamente più che una “prova di libertà” è una scelta che deriva dal fatto che gli esperti del governo sostengono che le evidenze secondo cui la mascherina protegge siano deboli e che le altre misure siano efficaci. Se poi i numeri dovessero cambiare, il governo si è detto disposto a cambiare politica, ma dopo tutto la finora le scelte sono risultate basate sulle prove e sul pragmatismo e non su ciechi principi.

In uno studio condotto da ricercatori del Karolinska Institute e di diverse università svedesi si leggono inoltre affermazioni interessanti, secondo cui la strategia è caratterizzata da una sorta di alleanza tra governo e società, non invece una criminalizzazione o una contrapposizione. Gli svedesi si fidano del governo e il governo mostra fiducia negli svedesi e l’OMS ha proposto proprio come questo modello come quello da seguire in futuro.

«Il sistema sanitario del paese non è mai stato sopraffatto – si legge nello studio - e quindi si può concludere che la curva è stata appiattita con successo». Viene comunque sottolineata la mortalità relativamente alta tra gli anziani rispetto ad altri paesi scandinavi, cosa che è stata molto discussa, ma gli autori sostengono anche che non c’è ancora una risposta certa sul fatto che il successo di una strategia dipenda dal livello delle restrizioni e che già comunque la correlazione non è così diretta. Ci sono molti fattori confondenti e concorrenti, come la densità della popolazione, l’organizzazione delle cure sanitarie e le regole sociali, la proporzione di persone vulnerabili, gli stili di vita, l’ambiente. Gli autori dello studio invitano anche a considerare il danno inflitto al sistema sanitario ed educativo nei paesi che applicano il lockdown, oltre ai rischi per la salute mentale, la criminalità e la violazione dei diritti umani.

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